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Di venire derubati all’estero non capita a tanti, a noi nel modo peggiore. Alla stragrande delle persone non capita di avere a che fare con la polizia durante un viaggio. Mentre le nostre peripezie con la polizia di Cuba è un aneddoto che piace sempre tantissimo quando lo racconto.
Andare dalla polizia durante un viaggio, ma barcollando
Senza sapere dove andare, e senza avvisare la tipa della casa particular, uscimmo a piedi per cercare la polizia. Eravamo in stato confusionale, il mio amico barcollava. Il resoconto di chi parlò al telefono con noi fu che sembravamo ubriachi. Vagammo per la metropoli (all’epoca non c’era Google Maps) forse per un’oretta. Tra l’altro eravamo anche in periferia, finché casualmente ci trovammo proprio di fronte ad una stazione della polizia.
Trascorremmo l’intera giornata in loro compagnia. Si dimostrarono volenterosi, ma poverissimi di mezzi. Girammo commissariati, ospedali, i luoghi della denuncia, e facemmo dichiarazioni e identikit approssimativi. Purtroppo, tutti sforzi vani, noi non parlavamo spagnolo, loro non parlavano né italiano né inglese.
Ci assegnarono ad un’ispettrice donna, molto dolce. In alcuni giri aveva un autista poliziotto (per aprire la scassatissima Lada doveva dare una vigorosa spallata alla portiera). In altri chiamava il suo fidanzato tassista. L’aspetto pittoresco di questo tassista tra l’altro gentilissimo era il fatto di essere invalido. In particolare aveva una mano deforme e praticamente guidava con una mano sola.
Ricordo l’orrore e il disgusto che provai quando dovetti entrare nel bagno dell’ospedale per raccogliere le mie urine. Più divertente fu constatare le facce sorridenti dei poliziotti che entravano in bagno con dei giornali e ne uscivano senza. Usavano i fogli al posto della carta igienica!
Inoltre, la polizia di Cuba all’epoca era sprovvista di pc e di cellulari. Anche nei giorni seguenti non ci chiamarono mai, ma lasciavano detto alla casa particular che li avremmo dovuti richiamare noi.
Derubati all’estero: santi i miei fratelli
Rubarono il mio cellulare, non quello del mio amico che era davvero un rudere, e fu la nostra salvezza. Anche se poi scoprimmo che il buon Castro applicava tariffe esagerate alle telefonate intercontinentali, mi pare 8 euro al minuto.
Andò via un altro stipendio perché oltre alle tante telefonate per aggiornare e chiedere aiuto, sentii tutti i giorni, più volte, la mia fidanzata virtuale.
Il giorno seguente, sempre a piedi e sotto ad un diluvio tropicale andammo all’ambasciata. Essere derubati all’estero nella maggioranza dei paesi non è un gran problema, a Cuba si.
Pensavamo di poter trovare assistenza e aiuto. Ma ci dissero solo che la carta di credito in nostro possesso non funzionava a Cuba per via dell’embargo. Mentre la mia che avevo lasciato a Bologna invece sapevo che avrebbe funzionato perché mi ero informato. Secondo loro, l’unico sistema per ricevere dei soldi era seguire delle procedure indicate in un documento che ci diedero.
Se la disavventura si fosse limitata al furto, certo il bilancio sarebbe stato negativo, ma comunque molto migliore rispetto a quanto è stato per aver ascoltato i consigli dell’ambasciata. Ci diedero la possibilità di vivere tre giorni angosciosi di digiuno, vagando per la grande Avana.
Col ritardo inevitabile dovuto al fuso orario, ci aiutò uno dei miei fratelli che, seguendo le istruzioni, andò nella filiale della specifica banca indicata dall’ambasciata per inoltrarci i soldi. Nonostante avesse spiegato che ci trovavamo senza soldi all’estero, quindi in una situazione di estrema emergenza, non gli accettarono la richiesta. Sostenevano che prima avrebbe dovuto aprire un conto e versato una cifra significativa. Tentò nella filiale di un’altra città dove faticosamente ci inoltrarono il bonifico internazionale.
Girovagando tra un ufficio e l’altro
Il giorno seguente andammo nell’ufficio che avrebbe dovuto ricevere i nostri soldi. Ma ci spiegarono che erano soliti lavorare con tutte le banche d’Europa tranne che con quella indicataci espressamente dall’ambasciata. Non erano affatto certi che sarebbero mai arrivati quei soldi ed erano sorpresa che ci avessero dato tali indicazioni senza fondamento. Richiamammo i nostri connazionali, pure loro sorpresi, che ci dissero che ci avrebbero potuto dare 50 euro.
Faccio presente che quella mattina, tanto per provare, nonostante quanto detto dall’ambasciata, avevamo provato a prelevare da uno sportello bancomat con la carta del mio amico, ma senza successo.
A quel punto venne un’idea ad un altro dei miei fratelli; denunciare lo smarrimento della mia carta (nonostante fossi certo di averla lasciata in auto a Bologna) e chiedere un anticipo di contanti. Idea geniale, ma viste le disavventure precedenti, finché non avessimo avuto i soldi in mano non ci volevamo credere.
Derubati all’estero? prima soluzione ridere!
Nel frattempo, non avevamo più uno spiccio, la tipa della casa particular continuava a fornirci una colazione abbondante, ma quella sera cenammo dividendoci un pacchetto di patatine mignon. Di buono c’era che non ci disperammo mai anzi, l’idea di trovarci dall’altra parte del mondo senza una lira e senza sapere come sopravvivere per altri 10 giorni ci faceva ridere, soprattutto pensando come invece avrebbero reagito altri amici nella stessa situazione Tornammo in camera (nel frattempo almeno ci mettemmo a dormire nella stessa per risparmiare) inzuppati dall’ennesimo acquazzone tropicale e con la sgrigna (termine dialettale romagnolo per descrivere quando non riesci a smettere di ridere, anche senza averne il motivo).

Ben prima che aprisse l’ufficio, la mattina dopo eravamo dove ci avrebbero dovuto dare i soldi, che in effetti c’erano, ma molto tassati e decisamente meno rispetto a quando chiesto. Almeno adesso potevamo finalmente andarcene da L’Avana, pagammo la signora che ci aveva ospitato e prendemmo il bus per Cienfuegos. Anche se avevamo praticamente perso una settimana oltre che i soldi, pensavamo di poterci ancora godere almeno metà della vacanza progettata.
Vediamo un pò di Cuba
Le nostre disavventure non erano ancora finite e si arricchirono con delle altre situazioni da film, seppur in versione cubana e quindi un po’ farlocche. Non venimmo solo derubati all’estero, ma ci fu ben altro.
Quella sera ci trovammo in un baretto dove ad un certo punto un tizio iniziò a parlare, intuimmo che era la presentazione di un libro. Nessuno dei due capiva una parola di quando si stesse dicendo, ma tutti ridevano di gusto e così iniziammo a ridere anche noi, senza saperne il perché e anzi il fatto che le persone attorno a noi non sapevano del fatto che noi ridessimo nonostante non ne avessimo il motivo, ci faceva ridere ulteriormente.
A Cuba, almeno fino a poco tempo fa, le auto erano tutte vecchie, rattoppate e bellissime, come viene spiegato in questo link.
Situazioni da film, il riconoscimento della polizia
Tornati in hotel ci dissero che ci aveva cercato la polizia. Li richiamammo e dissero che dovevamo tornare a L’Avana perché pensavano di aver trovato una delle ragazze. Avremmo dovuto confermare che si trattasse di lei come nei film (in realtà in maniera molto più artigianale).
Pensavano di averla rintracciata grazie al segnale del mio telefono. La questione è che in un paese attrezzato, si riesce ad identificare il telefono con estrema precisione, mentre coi mezzi cubani di allora, erano riusciti a sapere solo che era in una zona grande come la Toscana.
A Cuba i reati contro i turisti sono puniti molto pesantemente, e le 2 tipe rischiavano tanto perché sarebbero state accusate di reati molto gravi; la polizia si impegnava, ma, come detto, i loro mezzi erano estremamente limitati. Tant’è che, quando ci fecero vedere le 3 ragazze tra le quali ci sarebbe dovuta essere una delle nostre truffatrici, dovemmo dire che nessuna ci assomigliava nemmeno vagamente; non era affatto come nei film dove si identifica sempre il cattivo. Venire derubati all’estero non è sempre uguale.
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