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Questo racconto essendo su un viaggio di lavoro è sui generis rispetto a tutti gli altri. Solo in minima parte racconta di un vero viaggio/vacanza. Ne parlo in questo blog perché per molti viaggiare è farlo lavorando e spesso si sentono resoconti idilliaci. In realtà non è mai tutto così facile, o forse lo è solo per chi ha certi profili professionali qualificati.
Questa esperienza la raccontai sia nei quotidiani nazionali, che su Rai 3 nella trasmissione Mi manda Rai 3. L’esperienza durò un mese e mezzo, avvenne nell’estate 1997 e si svolse soprattutto dalle parti di Norwich, in Inghilterra.
L’estate precedente avevo fatto il mio primo viaggio in solitaria, girando per quasi un mese in Francia ma soprattutto nel Regno Unito e Irlanda. Mi piacque tantissimo, anche perché sorprendentemente mi scoprii un conversante in inglese.
Volevo migliorare e giustamente ero convinto che il modo migliore fosse di vivere un’esperienza di vita abbastanza lunga in Inghilterra. Ero studente universitario fuori sede e avevo anche fretta di laurearmi per non gravare oltre sul bilancio familiare. Nel periodo estivo avevo sempre lavorato al mare, ma non bastava per pagare affitto a Bologna e tutto il resto.
Mi sarebbe piaciuto fare l’Erasmus. Ma avrei allungato troppo il mio percorso accademico e comunque avrei dovuto chiedere altri soldi ai miei. Decisi che la soluzione sarebbe stata di andare a lavorare in Inghilterra per il periodo estivo. Ero convinto che così avrei migliorato il mio inglese e magari guadagnato comunque qualche soldo. Tutto giusto e tra l’altro condiviso da tanti. Ma all’epoca non c’erano le possibilità per informarsi che c’erano oggi. Commisi l’errore di affidarmi ad un’agenzia di Bologna di cui avevo letto un annuncio su un giornale.

Truffato per colpa della mucca pazza
Nella seconda metà degli anni ’90 si cominciò a parlare molto (allarmando tanti), della mucca pazza.
Si trattò di un’epidemia nata nei bovini che poteva passare anche agli umani. Ciò causò un calo del consumo di carne bovina, soprattutto nel Regno Unito dove ci fu la stragrande maggioranza dei casi, e di conseguenza un considerevole aumento del consumo di carne di pollo.
Per 300.000 Lire, la tipa dell’agenzia si proponeva di dare assistenza nel trovare lavoro e alloggio, oltre che per eventuali aiuti in caso di necessità. Mi spiegò che c’era molta richiesta di manodopera nei campi, per raccogliere frutta (la famosa frutta inglese…) e verdura. Sarebbe dovuto essere un impegno leggero, all’aria aperta e che dava la possibilità di conversare con inglesi e quindi raggiungere il mio obiettivo. Sottolineò proprio che era la soluzione ottimale per migliorare la lingua, piuttosto che trovarsi in una cucina puzzolente a lavare pentole fianco a fianco con un portoricano, come avrei rischiato nel contesto ristorativo. Mai mi parlò di fabbriche avicole o di polli.
L’azienda per cui avrei lavorato, oltre a darmi l’alloggio, avrebbe mandato qualcuno a prendermi in aeroporto a Londra per poi portarmi dalle parti di Norwich: un viaggetto di circa tre ore a nord est. La sera prima della partenza uscii, vivevo a Bologna da dove sarei partito al mattino presto. Al mio rientro mi stava aspettando uno dei miei coinquilini con un messaggio da parte della tipa dell’agenzia. Non mi sarebbero venuti a prendere, ma mi lasciò delle indicazioni dettagliate coi vari mezzi che avrei dovuto usare per arrivare nel paesello dal nome impronunciabile dove avrei dormito.

L’arrivo e il responsabile sudafricano
Ci impiegai esattamente 12 ore e non fu agevole. Iniziò a venirmi qualche dubbio sulla serietà della mia agenzia solo una volta giunto nella piazzetta con l’ennesimo autobus. In contemporanea ne arrivò anche un altro direttamente dall’aeroporto di Gatwich da dove arrivavo io.
Mentre mi stavo avvicinando, dalla fatiscente struttura dove erano alloggiati anche i miei colleghi lavoratori, iniziai a sentire urla e schiamazzi, che però non erano nell’idioma locale. In attesa di avere un colloquio col responsabile, identificai chiaramente che tutti parlavano in spagnolo.
Il boss si rivelò essere un ragazzetto dalla parlata spiccia e veloce. Era sudafricano come tutto lo staff di quella che era in pratica un’agenza interinale (da noi non erano ancora arrivate) che prestava mano d’opera straniera ad alcune aziende della zona, fornendo ai lavoratori vitto alloggio e trasporto. Ma le sorprese non erano finite. Infatti questi servizi erano da pagare, il luogo di lavoro era distante 40 minuti e soprattutto altro che frutteti, avremmo lavorato in fabbriche di lavorazione avicola!

Il mio viaggio di lavoro diventa una questione d’orgoglio
I pennuti entravano vivi e venivano appesi per una zampa; a testa in giù. Al loro passaggio una macchina gli dava un forte colpo in testa che in teoria doveva ucciderli; venivano immersi nell’acqua bollente per spennarli. Poi entravano nel nostro stanzone dove a seconda del loro peso cadevano in grandi box di metallo. Dopo averli sistemati in un certo modo, li inserivamo in scatoloni di cartone.
Dovevamo essere veloci, perché il box si riempiva alla svelta. Piovevano molti polli che cadendo rimbalzavano sugli altri e finivano a terra. Nonostante il movimento, nella cella frigo era piuttosto freddo. Il camice poteva essere cambiato ogni settimana, anche se dopo dieci minuti di schizzi faceva già cocodè.
Un orologio incombeva su di noi e rendeva quella giornata dura e monotona una tortura infinita. Nel primo stabilimento non si sapeva nemmeno l’orario. Si andava via quando terminavano. Ricordo un giorno che verso le 23 pareva stessero finendo, quando giunsero dei carrelli extra con altri polli arrivati chissà da dove. Nel secondo stabilimento invece era meglio: si era certi di lavorare dalle 6 alle 18, senza sorprese.
Un giorno mi mandarono dove c’era il macchinario che li colpiva, e gli operai che dovevano dare il colpo di grazia ai moribondi. Infatti, muovendosi, qualche pollo non veniva colpito bene. Delle persone con un punteruolo li finivano. Mi chiesi come si possa sentire chi fa il killer di polli. Pareva si divertissero pure, e scherzavano giocando coi pennuti più vispi. Dopo che i polli erano stati spennati, io dovevo completare lo sbudellamento iniziato da un macchinario.
Negli allevamenti i polli sono stipati uno sull’altro, quindi molto accovacciati e si anneriscono la parte posteriore della zampa che appoggia per terra. Ecco, ho speso un giorno della mia esistenza anche a grattugiare con un taglierino, quella parte.
Canzoni e cantanti onnipresenti durante il viaggio di lavoro
Il senso di nausea arrivava entrando nello stabilimento per l’odore, ma poi ti abituavi. A me è tornato per anni quando sentivo per radio I’ll be missing you di Puff Daddy con la base della canzone dei Police. Era il tormentone di quell’estate e la davano in continuazione tanto che l’associai ai polli. A proposito del cantare, con uno dei ragazzi con cui feci più amicizia che abitava a Foligno, quando eravamo vicini di box, eravamo soliti cantare a squarciagola (l’unico modo per farsi sentire dato il rumore costante dei macchinari) la nostra versione di no woman, no cry di Bob Marley, che era diventata no chicken, no cry. (vedi immagine creata dall’intelligenza artificiale all’inizio dell’articolo).
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